Fundación Río Abierto

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Intervista a María Adela Palcos

Quest’intervista è stata realizzata a Buenos Aires, nel novembre del 2010, nella sede della Fundación Río Abierto di calle Paraguay 4171.

 

Quando ero bambina mi accadevano delle cose che non sapevo spiegarmi e, di conseguenza, non potevo comunicare agli altri, poiché avrei rischiato di essere presa per matta. Ora posso raccontarlo con parole, ma a quell’età no. Mi accadeva di sdoppiarmi, e di vedermi dal di fuori mentre giocavo con i miei cugini. Queste cose mi succedevano spesso, anche se non capivo né quando ne perché mi accadessero. Mi succedeva anche di vedere che tutto vibrava, che le cose non erano solide, ferme come siamo abituati a considerarle. La nostra sensibilità è condizionata culturalmente, in modo che questa parete la vedo solida. La maggior parte del tempo la vedevo così, come avevo appreso a vedere, però in certi momenti vedevo tutto vibrare. Questo (mi accadeva) da quando ero bambina, non facevo niente in particolare, mi succedeva così. Tutto ciò mi incuriosiva, intuivo che la realtà era molto più di ciò che apprendiamo e di ciò che ci insegnano.

Queste son le cose che hanno lasciato un’impronta in me. In seguito, la prima lettura chefeci fu Platone. In casa mia c’era un’enorme biblioteca. Una famiglia intellettuale, mio papà era scrittore, professore universitario. Mia madre era anche lei professoressa, una famiglia di intellettuali, circolavano molte informazioni e io mi sentivo un po’ sepolta dai libri. Mi ricordo una volta che abbiamo cambiato casa e quello che faceva il trasloco aveva una montagna di cartoni con i libri, pensavo che nessuno avrebbe potuto sistemarli, tanti com’erano. Questa era la sensazione che avevo e ha a che vedere con il fatto che io non ho mai scritto un libro. Ora l’ho scritto, è quasi pronto, però mi è costato molto decidermi a scrivere perché ho sempre pensato: Ci sono tanti libri, perché uno di più? Ci sono troppi libri!

Mi capitò qualcosa di speciale a 11 anni. Ero a casa di mia nonna paterna; tutti i sabati tutta la famiglia andava a mangiare lì. Erano tutti intellettuali, socialisti, trotskysti e tutti discutevano, argomentavano di sociopolitica e anch’io normalmente ero una argomentatrice; in quel momento stavo conversando con un mio cugino della mia età, cercavo di convincerlo di qualcosa e anche lui argomentava perché anche lui è un accanito argomentatore e in quel momento mi apparve una figura enorme e sentii queste parole: “La dialettica è il tuo forte. In questo campo potrai ottenere molto successo, però rischi di perder te stessa”. Sapevo che quello che avevo sentito era certo, era la verità. Ma avevo 11 anni e lo dimenticai. Però mi diede il segnale che esiste qualcosa di più essenziale in noi stessi, un aspetto più saggio, anche se io in quel momento non sapevo se quella figura ero io o non ero io o se era un maestro, una guida, però da quella prospettiva stavo vedendo me che discutevo. Si trattò di uno sdoppiamento, come che avessi una parte più superficiale, diciamo la personalità, che era quella che discuteva con mio cugino e da un’altra il mio sé, qualcosa di più essenziale di me. Quello che arrivava a ricordarmi, era come una campana che ti ricorda “non sei venuta al mondo per questo”. Sentii questo come un’esperienza passata, vissuta e questo fatto, questi momenti io li considero momenti “siderali”. Come quello che mi è successo quando avevo due anni, lo chiamo un momento siderale della vita, come se la vita trascorra nel tempo e nello spazio, però c’è un momento dove ciò che sta nel tempo e nello spazio si connette con ciò che sta al di là del tempo e dello spazio. Momenti che vengono registrati dalla coscienza, dal ricordo come se fossero nel presente. Io dei due anni mi ricordo quello, non altro, ma ricordo che stavo a casa dei miei e era arrivato mio nonno da un viaggio e aveva un baule, come una valigia, come si usava a quei tempi, parlo del 1933,e stava togliendo delle cose, i regali che aveva portato. Io stavo coricata di pancia nel pavimento e improvvisamente mi sentii nello spazio, non c’era più il tetto né niente e stavo nello spazio con le stelle. Stavo come fuori dal tempo, potevo avere due anni come cinquanta e questa sensazione di stare in quello spazio infinito e sentire che io ero parte di quello spazio… Questa anche, è una di quelle cose su cui cerco di lavorare in Río Abierto. Mi sembra che le persone molte volte, vivano come orfani nel pianeta terra, viviamo come se non fossimo parte, figli della terra, come se non fossimo parte dello spazio, dell’universo se non avessimo un’appartenenza con lo spazio in cui viviamo. Io in quei momenti stellari sentivo un’appartenenza,mi sentivo in quello spazio e mi sentivo bene… Ero parte di esso.

 

Bene queste sono le due esperienze della mia infanzia che mi hanno marcata profondamente.

Poi passò molto tempo, passai per molte esperienze durante l’adolescenza. In un momento ero super mistica, religiosa e un anno dopo atea, affascinata dal materialismo dialettico. Ciò che mi diede molto, in quel periodo fu la musica, cantavo in coro con un gruppo di madrigalisti, un quartetto. L’incontro con la musica fu fondamentale. Poi all’età di 13-14 anni iniziai a cercare dal lato dell’esoterico. Ciò che mi insegnavano a scuola non mi convinceva, e iniziai a incontrare persone con qualcosa di speciale. Un gruppo dove si insegnava astrologia, cosa che a quei tempi era una rarità. Che ora l’astrologia appare dappertutto, in ogni rivista , in ogni giornale, è una cosa completamente volgarizzata, in quel contesto era ben altro. Pubblicarono in castigliano un importante libro di astrologia, l’unico esistente sino a quel momento e iniziarono a dare lezioni di astrologia. Poi, il resto, lo dovetti studiare in inglese, perché in tedesco era difficile, con difficoltà per reperire i testi che non arrivavano facilmente! Frequentai il gruppo di astrologia, il gruppo naturista, mia madre si spaventò, perché il gruppo aveva uno spazio fuori, che era un campo nudista. Era l’unico, non esistevano le spiagge nudiste come ci sono ora, non c’era niente. In generale l’ambiente era molto chiuso, cattolico. Anche se, Buenos Aires è una città più aperta. Qua una parte della chiesa è molto antiquata, mezzo nazi, però c’è un’altra parte molto aperta. Nella mia casa non eravamo particolarmente religiosi, non eravamo agganciati con la religione come altra gente, per l’educazione. La scuola era pubblica ed era molto buona, ora lo è meno, ma ai tempi la scuola pubblica era molto meglio di quella privata. Bene, questo a parte.

Conobbi anche degli spiritisti… Io avevo sempre le narici aperte alla ricerca. Feci molte esperienze incontrai un gruppo spirituale, non spiritista questo, dove c’era Sabattini, il mio maestro. Era un gruppo spirituale di categoria molto elevata dove entrai quando avevo 19 anni, 18 o poco meno.. Maestri, uno di loro, dava corsi di filosofia vedanta e a me affascinava. In quel periodo, che facevo tutto questo, ebbi un’altra visione. In questa visione vedevo me stessa e sentii una voce che diceva “Ti muovi seguendo l’idea, vai di qua e di là seguendo l’idea ma ti muovi trascinando il corpo. Dovrebbe essere il contrario!”. Ero grassa, pesante. Se avevo in testa un’idea mi muovevo di qua e di là per conoscere, ma in realtà avevo tanta pigrizia fisica. E in quest’immagine mi vedevo grassa, trascinavo il corpo e invece deve essere il contrario, è il corpo che ti deve portare. Anche in questo caso riconobbi che si trattava di una verità. A me non piaceva lo sport, non piaceva la ginnastica, alla mia famiglia neanche. In quell’epoca, la mia famiglia riteneva lo sport e la ginnastica un’attività per i bruti, la gente intelligente coltivava altre capacità. E in ogni caso, a me non attirava. Quando ebbi la visione con quelle immagini, capii che era vero e pensai: cosa posso fare per il mio corpo? Lo sport non mi interessava, in quel periodo la ginnastica era ginnastica svedese, uno, due, tre, quattro, solo a pensarlo, scappavo dalla parte opposta. Avevo letto qualcosa di yoga, perché avevo aiutato a tradurre dall’inglese un libro, ma non c’erano corsi di yoga. Adesso in ogni isolato c’è una scuola di yoga, ma allora no. E nemmeno le arti marziali, niente. Ma successe qualcosa. Come quando uno ha realmente bisogno di qualcosa e quel qualcosa appare. In quel frangente apparve Sabattini, il mio maestro, fu una persona molto importante nella mia vita, grazie a lui iniziai a trovare la mia strada.

Il giorno dopo questa visione mi chiamò un compagno di coro e pensai che mi stesse facendo uno scherzo, normalmente era solito scherzare, e mi dice: “ti chiamo perché vorrei sapere dove posso trovare musica indiana”. A quei tempi non c’erano i negozi di musica che abbiamo oggi, non si trovava musica dell’India o dell’Africa, niente. Gli dissi di provare all’ambasciata indiana, sono persone molto amabili, gentili. Chiusi il telefono e immediatamente pensai: musica dall’India… A me può servire tutto questo! Lo richiamai e seppi che voleva fare un regalo a un’amica che stava aprendo un centro dove si faceva movimento, massaggio, qualcosa per star bene. Sembrava la risposta a quello che stavo cercando.

 

 

Per farla breve, così conobbi Susana Mildermann che stava iniziando, colei che fu mia maestra per ciò che riguarda l’aspetto del movimento. Sabattini è stato il mio maestro spirituale, colui che mi ha messo in contatto con l’essenza; Susana era quella che stava iniziando a trovare una forma di movimento a partire dalla danza. Ma quando arrivai io, stava cercando di uscire dalla danza per fare qualcos’altro, ma ancora non si sapeva bene che cosa. Quindi portai con me coloro che stavano nel gruppo spirituale : tutti si preoccuparono. Mi dissero che la pratica corporea poteva essere pericolosa, la dieta Kundalini, era molto difficile, avrei potuto impazzire, come molti altri, e finire in manicomio. Loro si preoccupavano perché ero la più giovane del gruppo, ma andai comunque. Susana stava tenendo la sua lezione e mi avvicinai per informarmi. Una normale chiacchierata per avere delle informazioni, e in quel momento si produsse qualcosa di speciale. Stavamo scambiando semplici informazioni, come il calendario delle lezioni, però a un altro livello ci stavamo dicendo delle altre cose, più profonde. Mi si presentava un’immagine di noi due in un’altra dimensione e le chiedevo: “Ah sei tu, dunque, quella di qua (che, allo stesso tempo, mi sta dando le informazioni)?” E Lei mi rispondeva: “Certo, chi pensavi potesse essere?”

Noi non ci conoscevamo prima e al momento nessuna disse niente all’altra, ma passò del tempo e poi, quando iniziai a fare lezioni con lei, iniziai a fare qualcosa col massaggio, quando raggiungemmo più confidenza, ce lo raccontammo e entrambe eravamo coscienti di quell’altra conversazione. In realtà Susana era una medium, aveva conseguito il titolo di insegnante in questo. Fu un periodo di apprendistato e di grande trasformazione e iniziai a lavorare col corpo e fu lì che sentii che potevo lavorare. Però mi scioccava la musica che usava Susana, perché io provenivo dal collegio musicale e anche a casa mia ero abituata alla musica classica e lei usava di tutto. Mi scioccai, però poi compresi… Ci sono tanti livelli, come per l’essere umano, non tutti i livelli stanno alle stesse altezze. Appresi molto e compresi molte cose…

Da bambina ero molto critica, tremendamente critica. Osservavo e non parlavo molto, mia sorella parlava anche per me. Non parlavo molto, ma osservavo tutto molto criticamente. Criticavo anche mia madre, non glielo dicevo, però pensavo: “No, così non si educano i bambini”. E avevo quattro o cinque anni…(Ero molto critica) con tutta la gente che mi stava intorno, in casa mia e in casa di mia cugina (con la quale facevo di tutto, benché fosse due anni più grande di me), parlo di gente molto conosciuta, intellettuali, artisti, pittori… Da un lato, mi piacevano, mi sembravano persone molto intelligenti, dall’altro li osservavo e mi sembravano come quei mobili belli e ordinati fuori, però se apri i cassetti dentro è un caos totale. Questa era l’impressione che mi dava quella gente. E non parliamo dell’altra gente, questa era di un certo livello culturale… Poi, col tempo, mi resi conto che quello che vedevo e non potevo nominare in quel momento, era che avevano la mente, l’intelletto molto brillante, pulito, anche sensibilità artistica. Quello su cui non avevano lavorato era l’aspetto emozionale e l’istinto: come se non li avessero riconosciuti, ascoltati, aspetti su cui non avevano lavorato.

Lo stesso accadde col gruppo spirituale. Nel momento delle sessioni, ci sentivamo tutti come Gesù Cristo (ride), però nel momento che uscivamo di là, la gente litigava per un nonnulla. E quindi la mia conclusione fu che non poteva esserci nessun spiritualismo senza l’auto-conoscenza. Questa era la conclusione che stavo cercando, anche se in quel periodo non potevo dirlo chiaramente. Questa era l’idea, che l’essere umano non poteva essere completo se non integrava tutti i suoi aspetti: fisico, istintivo, emozionale, il sentimento, l’intelligenza, l’intuizione, l’appartenenza all’universo. Ci sono cose che ho imparato con Susana, cose che ho appreso con Sabattini specialmente, ma anche con Maestri. Ho avuto abbastanza fortuna con la gente che ho incontrato nella mia vita. Persone che hanno dato delle risposte a ciò che cercavo. Come anche mio padre, era un uomo molto aperto e intelligente, sempre pronto a rispondere a tutte le domande che gli rivolgevamo io e mia sorella. Con tutte queste persone, apprendevo distinti aspetti che dovevo integrare… Nel lavoro di Susana, c’erano molti elementi che usiamo in Río Abierto, però mancava un lavoro su se stessi, strutturato, non si arrivava a un’autoconoscenza vera, benché nessuno arriva mai del tutto, perché la vita è chiaramente disegnata. Si smuoveva molto col movimento, con l’espressione, con il massaggio, tu hai visto, provando che cosa ti è successo. Improvvisamente si apre qualcosa. Però mancava l’elemento dell’autoconoscenza.

 

Quell’aspetto che poi permette di assumere la responsabilità della propria vita, della salute, di ciò che ci accade.

Siamo esseri creatori, ognuno va creando la propria vita e non è vittima. Ora i giovani di oggi sono un po’ differenti, ma sino a 25 anni fa eravamo un’umanità di vittime. Tutti erano vittime. O dello stato o del presidente o del papà o della mamma, o del datore di lavoro, della scuola, sempre tutti eravamo vittime, nessuno era carnefice (in spagnolo l’opposizione tra queste due condizioni è resa evidente dal parola victimario, che non ha un corrispettivo esatto in italiano). Se c’è una vittima, dev’esserci un colpevole, no? Anche questa aspetto fa parte del lavoro su se stessi, vedersi dal lato della vittima, ma anche dal lato del colpevole, per equilibrare la cosa (ride). Bene, più o meno i maggiori elementi della storia (di Río Abierto) sono questi.

 Che parte ha l’Amore Río Abierto?

È fondamentale, chiaro. È quello che mantiene la coesione dell’universo, è un’attrazione amorosa.

Poi vedevo che, tutto ciò che concerne il misticismo era cambiato. Le religioni stabilite hanno perso parte della loro essenza e a me sembra che non rispondano alle necessità umana di questa epoca, che invece necessita di misticismo. È una necessità umana tenere uno spazio aperto con la divinità, con l’eccelso, come uno lo vuole chiamare. Però adesso si intende in un altro modo, è una cosa molto più diretta. Non necessitiamo di un intermediario che mi dice con quale linguaggio devo parlare, con quale orazione, che devo ripetere come un mantra… A me queste cose non vanno. Comprendo che a molta gente serve, è giusto che le usino, ma io no. A me non serve ripetere mantra, non mi serve stabilire che a quell’ora vado a meditare, come molta gente fa. Per me non serve. A me, per esempio, il movimento, mi porta a uno stato meditativo. Ha la virtù di liberarmi dalla mia mente meccanica abituale, come anche dai miei stati emozionali più meccanici, più abituali, quindi entro in uno stato meditativo. Quando entro in uno stato meditativo posso restare ferma o posso muovermi. È quella che chiamiamo “meditazione al movimento”. Permette una connessione profonda con qualcosa che possiamo chiamare il divino, o l’eccelso o l’essenziale di ognuno o il Sé di ciascuno, non parlo di Dio, perché mi sembra una parola imbastardita. Però una connessione con qualcosa che va al di là del tempo e dello spazio e di cui facciamo parte, questo mi sembra una verità che si può trovare e che diventa parte della nostra vita. Che non sia qualcosa per quando vado in chiesa, o quando mi siedo a meditare. Se a una persona le va bene sedersi a meditare, fa bene a farlo, però qua ci muoviamo. L’assunto è che anche nella vita d’azione possiamo tenere uno stato meditativo, nella vita quotidiana.

Come intendi la salute e, di conseguenza la cura? 

Io affido il mio corpo al medico perché “se ne faccia carico” e a me sembra che il povero medico non può farsi carico del mio corpo o della malattia o della mia salute. Non può. Anche se ha studiato, può essere un buon consigliere, può capitare che in un preciso momento c’è un diagnostico che a uno serve, però caricargli tutta la responsabilità è inutile, non è possibile. È come funziona la medicina ufficiale, però io non credo che sia così. La responsabilità della mia salute è mia, posso cercare aiuto dove mi sembra necessario, però, in definitiva, sono io che tengo la chiave di me stessa. Io ti posso aiutare, con un esercizio che ti fa bene alla colonna oppure il medico che ti dà un lavaggio alle narici per aiutarti a stare meglio, va bene. Però se mi prescrive degli antibiotici non li prendo (Ride). E io lasciai la facoltà di Medicina per questo. Feci due anni e andai via, quando dovevo iniziare a far pratica in ospedale e usare tutto quello che si usava, gli antibiotici e tutto quello che sappiamo. Io credo molto nel sistema immunitario che abbiamo e nell’intelligenza organica. Se ascoltiamo l’intelligenza organica, ci dice tutto ciò che necessitiamo e tutto ciò che non necessitiamo. Ti stai per mangiare la torta di cioccolato e qua (indica la pancia) ti dice no, no, no e da qua (indicando la bocca) invece ti dice sì, sì, sì. E là sta a te decidere.

La settimana a Ermes

Per la parte empirica della ricerca, hosvolto il lavoro sul campo, partecipando al seminario residenziale che si tiene in Umbria nei mesi estivi, per conoscere in profondità il metodo di lavoro e sperimentarne gli effetti in prima persona. Il titolo del seminario era “I nostri genitori” e l’obiettivo era quello di riconoscere e superare quei condizionamenti familiari che ci portiamo addosso come corazze (termine mutuato dalla psicologia di W. Reich) e che ci impediscono una piena realizzazione di noi stessi.

Si è trattato di un’esperienza molto forte sotto molti punti di vista, ma indubbiamente assai feconda. Metodologicamente ho potuto esplorare quella modalità di ricerca, postulata dall’antropologa Janet Favret-Saada e sviluppata dall’ Ècole des Hautes Ètudes di Parigi, definita “partecipazione emotiva”. Tale metodologia consente al ricercatore di conoscere in profondità la realtà che intende studiare, a patto di mettere in gioco la propria persona, come sintesi di mente, corpo e emozioni e di annullare la distanza tra il soggetto e l’oggetto della ricerca. Ho vissuto un’esperienza residenziale e comunitaria nel casale umbro di Ermes, coabitando con quindici persone provenienti da diverse regioni italiane, diversificate per età, professione, condizione sociale e culturale. Insieme al gruppo, che è di fondamentale importanza nel metodo Río Abierto, ho sperimentato sul mio corpo gli effetti del sistema. Per otto giorni non ho potuto avere contatti con l’esterno (non era consentito l’uso di cellulare e computer), in quanto il seminario consiste in un full immersion nutrito di intense pratiche corporee, emotive e relazionali, oltreché intellettuali. Le attività prevedevano lunghe sessioni di movimento energetico ed espressivo (sei-otto ore al giorno) all’interno del casale e all’esterno fra i boschi della tenuta, esercizi di liberazione della voce e di espansione del respiro, meditazioni e visualizzazioni, esperienze rituali nelle quali, attraverso ritmo, musica e sollecitazioni verbali, venivamo condotti in altre dimensioni spaziali e temporali.

In tutto questo tempo ho tenuto un diario che scrivevo la notte, il momento della giornata dove registravo le mie note di campo.

Il sistema Río Abierto

Il sistema Río Abierto nasce a Buenos Aires nel 1966, per opera della psicologa María Adela Palcos. In virtù del suo cammino di ricerca, straordinariamente eclettico, la Palcos sviluppa le tecniche utilizzate nei corsi tenuti da Susana Rivara de Milderman, un’attrice teatrale che dagli anni cinquanta insegnava una ginnastica ritmica espressiva basata principalmente sullo yoga e la plastica greca. Si è venuto a creare un sistema olistico di saperi e pratiche rivolto alla promozione del benessere del corpo, inteso nelle sue tre dimensioni: fisico-energetica, psichica e spirituale (non religiosa né dogmatica).

Secondo la visione del sistema, il benessere è la condizione naturale del corpo. Tuttavia, l’esperienza umana è costruita e strutturata da tutta una serie di condizionamenti (biologici, affettivi, culturali e sociali) che influenzano lo stato di benessere/malessere.

Non trattandosi di clinica, Río Abierto non si sostituisce alla medicina, ma fa in modo che vi si ricorra meno, lavorando sul potenziamento del sistema immunologico. Dai risultati di  una ricerca sugli effetti del sistema sulla salute, condotta a Buenos Aires nel 2007, su 119 persone che praticano Río Abierto da più di un anno, sono emersi numerosi benefici rispetto al dolore osseo e muscolare e si sono registrati miglioramenti importanti anche riguardo l’apparato respiratorio, il sistema circolatorio e l’apparato digestivo.

Dagli anni sessanta, dall’Argentina, il metodo si è diffuso in Brasile, Uruguay, Messico, Stati Uniti, Francia, Spagna, Svizzera, Germania, Israele, Italia e Russia.

La storia italiana inizia alla fine degli anni ’70 dall’incontro dei suoi tre fondatori durante la formazione presso la Fundación Río Abierto a Buenos Aires.

Nel 1982 a Napoli, il napoletano Vincenzo Rossi (psicoterapeuta), Claudia Casanovas (argentina con formazione artistica) e Maria Clotilde Robustelli (brasiliana, laureata in scienze della comunicazione con master in psicologia relazionale) iniziano a praticare le tecniche del sistema, fondando il primo centro Río Abierto in Italia, sempre a Napoli.

Oggi, che il metodo si è esteso a molte regioni italiane, la formazione degli istruttori si tiene a Ermes, un casale immerso nelle colline umbre, vicino a Città della Pieve.

Un aspetto centrale del lavoro è l’integrazione psico-corporea. La separazione di questa profonda e intima unità esistente tra mente, corpo e emozioni, secondo Rossi, “produce tensioni, conflitti e quel dolore che è inevitabile quando si separa qualcosa che la natura vuole invece unito (Rossi, 2005: 7)”. Il corpo, risulta dotato di tre aspetti fondamentali che non sono diverse sostanze cartesianamente intese, ma solo manifestazioni della stessa unità-uomo: l’aspetto fisico energetico, l’aspetto psichico mentale e l’aspetto affettivo spirituale.

Poiché questi tre aspetti sono più che intimamente legati, sono la stessa cosa, modificare l’uno significa anche modificare il resto.

La base del lavoro è il movimento energetico o “vitale espressivo”, teso a risvegliare il nostro corpo energetico e a diventare consapevoli degli organi; si lavora con esercizi che smuovono il sistema osseo, muscolare, nervoso e fanno circolare l’energia accumulata. L’uomo, è un essere energetico, che, incessantemente, prende, dà e trasforma energia. Quando per qualche ragione (un dolore molto forte, una parola non detta, una privazione affettiva) quest’energia non riesce a fluire liberamente e resta bloccata in una o più parti del corpo (nella visione di Río Abierto qualunque parte del corpo fisico, anatomicamente intesa, ha un significato psichico e emozionale), si abbassa la vitalità e subentrano contratture, dolori e malattie.

Si lavora in cerchio (forma che dinamizza l’energia) e, accompagnati dalla musica, tutti i partecipanti imitano gesti, movimenti, espressioni e suoni prodotti dall’istruttore che agisce in modo da liberare e far circolare l’energia in tutto il corpo, guidando il gruppo nella sperimentazione di nuove “posture”, nuovi atteggiamenti corporali, che si apprendono per mimesi.

La postura, unica per ognuno di noi, porta le tracce delle nostre esperienze, dei nostri vissuti felici e dei nostri drammi, delle nostre potenzialità e dei nostri limiti. Il movimento, accompagnato da sessioni individuali di lettura del corpo e massaggio, consente all’istruttore di conoscere a fondo la postura dei partecipanti, comprenderne i bisogni e proporre delle possibilità posturali che, una volta memorizzate dal corpo, permettono di uscire dai blocchi e dalle maschere quotidiane, che si dimostrano disfunzionali e dolorose, prendendo coscienza della loro portata e del loro valore.

La pratica di movimento è il motore del sistema. Innalzando la vitalità e la ricettività del corpo energetico, infatti, si potenzia l’efficacia di altre tecniche come il  massaggio e la drammatizzazione, i lavori sulla respirazione e le sessioni di meditazione e di  visualizzazione guidata. Inoltre, è possibile partecipare ai gruppi residenziali (solitamente tenuti nei mesi estivi), di convivenza e contatto con la natura, nei quali si lavora con esercizi tesi alla liberazione della voce (per sbloccare il quinto chakra) e si dà spazio alla creatività con numerose attività manuali e espressive, come anche ad esperienze di plastica corporea, tutto ciò che per Río Abierto concorre allo sviluppo di una vita più piena, più cosciente e più felice, per essere più “presenti” a se stessi e al mondo.

Chi sono

Silvia Pigliaru è nata a Sassari nel 1971, dove si è laureata in Pedagogia, con una tesi sul ruolo della donna nella salute familiare. Si è occupata di educazione e animazione diversificando le sue esperienze in relazione a diverse fasce di età evolutiva. Progettista e coordinatrice di interventi ludico-ricreativi per l’infanzia e la preadolescenza, ha condotto laboratori sulle tecniche dell’animazione e sulla pedagogia e didattica del gioco. Ha tenuto docenze nell’ambito degli interventi inerenti all’assolvimento dell’obbligo formativo, nel sistema della formazione professionale e negli istituti statali d’istruzione superiore.  Ha partecipato, con la cattedra di Psicologia della Facoltà di Lettere, alla costituzione dell’Osservatorio sociale per la città di Sassari.

Ha conseguito il Dottorato di ricerca in “Teorie e Pratiche della Comunicazione e della Interculturalità” alla Facoltà di Lingue di Sassari con una tesi in antropologia medica dal titolo Approcci antropologici per una possibile lettura dell’esperienza del cancro.

È stata assegnista di ricerca in Antropologia alla Facoltà di Lettere di Sassari per il progetto “Antropologia medica. Esperienze di malattia in Sardegna” e, in seguito, docente a contratto di antropologia culturale nel corso di laurea in Scienze del Servizio Sociale.

Ha partecipato al seminario “L’umanizzazione delle corsie ospedaliere” inerente al progetto interregionale “Clown.forma.net” con una relazione dal titolo “La svolta dalla malattia al malato”.

Pubblicazioni:

Raccontare il dolore. Narrazione di due vissuti di cancro, Sassari Edizioni Unidata, 2006.

L’incorporazione della malattia e la sua narrazione, in S. Pigliaru (a cura di), In memoria di Clifford Geertz,  Quaderni del Laboratorio di Antropologia Culturale e Sociale, n° 8, Edizioni Unidata 2007.

Per una fenomenologia della malattia, in annali della Facoltà di Lettere dell’Università di Sassari.

La cooperazione in sala operatoria, in Franco Lai (a cura di), Competizione, cooperazione, invidia CISU, Roma 2010.

Camminando in Antropologia. Tra autorità scientifica e incontri umani, Roma, ARACNE, 2011.

Da maggio 2010 è titolare di borsa di ricerca finanziata dalla Regione Sardegna (L.R. 7 agosto 2007) per il progetto “Rio Abierto. Un approccio interculturale alla cura”.